Il verbo, la parola, crea. Disegna il mondo e lo porta a esistenza. Ne definisce confini e sfumature, per questo la scelta del termine adatto non solo è importante ma, per chi lavora in certi settori, è un atto di responsabilità. Non si tratta, semplicemente, di usare la parola più adeguata al contesto o meglio recepita dai motori di ricerca. Si plasma un’informazione e la sua esistenza al mondo.

Da anni c’è la moda di descrivere il confronto tra partiti – perché, ellenicamente parlando, “politica” indica molto di più – con termini adatti al wrestling, alle tifoserie ubriache o ai giochi maneschi durante la ricreazione alle scuole elementari. Straccia, asfalta, distrugge. Invidia, odio, rosico.
Sono termini scelti per parlare alla pancia e aumentare la partecipazione – in termini di comunicazione via web si parla di engagement, che banalmente si traduce in click e quindi denaro – che, tuttavia, si sono rivoltati anche contro anche a chi li aveva saputi dominare.

Questa tendenza ha leso gravemente le capacità di scambio, di riflessione, di mediazione. Perché ha creato un mondo di risse, una società bellicosa, con lo stomaco pieno di vino aspro e rabbia. Che non cerca nell’altro il barlume di ragione per confrontarsi con la propria, ma vuole solo l’appagamento da sbornia distruttiva.

Per questo le parole sono importanti. Perché se all’inizio riflettono il mondo a cui scelgono di appellarsi per attirarlo, alla fine lo creano, lo forgiano e ne vengono digerite. Le parole possono venire dalla pancia, ma devono arrivare a nutrire anche la mente e il cuore prima di tornarvi.
Fatti non foste a viver come bruti.

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