Quale lingua e quale cultura

SCUOLE ITALIANE ALL’ESTERO: QUALI?

LA SITUAZIONE SUDAMERICANA
Quando i Sindacati della scuola in Italia si affannano a chiedere che all’estero vengano attuate e applicate le stesse normative e gli stessi impegni vincolanti della scuola metropolitana (collegi dei docenti, Pei, Pof, incarichi e supplenze, ecc.), non so se arrabbiarmi, ridere o piangere. Ciò dimostra quanto sia grande e ancora inadeguata la loro conoscenza di realtà locali, spesso drammatiche e variamente articolate sia delle scuole che delle nostre collettività all’estero. Per quanto riguarda le scuole ad esempio, solo 20 nel mondo sono statali, mentre la stragrande maggioranza di esse, anche dove sono presenti docenti selezionati e inviati con il contingente del governo italiano, sono scuole veramente private e con fini e leggi che rispondono legalmente e giuridicamente solo al governo e Stato locale. Questo vale anche per le 90 e più scuole o licei Legalmente riconosciuti o con presa d’atto. Bisogna assolutamente cambiare questo trend, cercando di invertire l’attuale forbice, facendo sì che ci siano sempre più scuole effettivamente e giuridicamente italiane al posto di queste legalmente riconosciute. Un discorso molto più attento e articolato dovrebbe essere fatto per il riconoscimento legale alle stesse scuole, con norme più rigide, tassative, non definitive ma transitorie e aggiornabili, scritte e portate a conoscenza degli operatori scolastici e di tutta la collettività locale. Insomma un vero e proprio nuovo progetto per queste particolari scuole che, spesso fondate da associazioni italiane, ora sono in mano a veri e propri gruppi privati di potere (avvocati, commercianti, azionisti e faccendieri locali), che usano impropriamente la scuola per fini diversi e poco istituzionali, comunque soprattutto per far soldi ed esprimere potere. E questo, mi pare valga soprattutto per il Sudamerica. Ora questi gruppi si sentono ancora più forti perché hanno in mano gran parte del potere reale ed economico delle varie zone e provincie, e stanno scalpitando per poterlo usare anche politicamente verso l’Italia (e contro probabilmente se non verranno assecondate le loro richieste), dopo la sancita conquista del voto degli italiani all’estero. La maggioranza degli italiani d’Italia non sa o non si è resa conto della grande posta in gioco, come non lo capisce la maggior parte degli emigranti di origine italiana quando, come il sig. V.A. in Argentina, asserisce: “sono una persona apolitica e desidererei poter vivere degnamente dopo tutti i sacrifici fatti, invece avendo pagato la mia pensione per 40 anni devo vivere con i miseri 156 pesos mensili, dovendo ricorrere ai risparmi di 50 anni di sacrifici e prossimi a toccare fondo. Mi domando per quale ragione i nostri rappresentanti si preoccupano del nostro voto (io personalmente non sono d’accordo) perché non conosciamo i vari partiti e i politici, e con il voto compromettere quelli che vivono nella nostra terra. Mi sento in dovere di rispettarli, solo non sono sicuro se loro mi rispettano perché sono emigrante, però mi sento più italiano di tutti coloro che là risiedono”. Queste brevi parole denotano molto bene la situazione di milioni di nostri connazionali ed ex concittadini che sono disorientati e, non sapendo veramente cosa fare, debbono ricorrere alle varie rappresentanze locali (CGIE, Comites, Failap; Associazioni, ecc) con tutti i rischi e le problematiche che tale “filtro di potere” comporta per la loro crescita e autonomia di cittadini.

LA CRISI E LE CONTRADDIZIONI DELL’ARGENTINA ODIERNA
Molti dei connazionali di Argentina, emigrati qui da moltissimi anni o addirittura nati qui, continuano a denunciare periodicamente il loro disagio morale, economico e culturale per essere stati discriminati in più occasioni, sia dallo Stato argentino che da quello italiano. Tantissime sarebbero le lettere da leggere o portare a conoscenza delle autorità italiane, anche in considerazione delle varie problematiche dell’emigrazione, sollevate e mai risolte (pensioni, assistenza, ecc) e che tornano a emergere più forti che mai ora che la crisi è globale e l’ultima generazione dell’emigrazione italiana ha un’età media superiore ai 65 anni. Tra le tante lettere e appelli che ho letto recentemente qui sulla stampa, quasi tutte esprimono un diffuso disagio di non poter avere pari opportunità, ma per quanto riguarda l’istruzione tutte coincidono nell’affermazione: “Moltissimi di noi non possiamo avere l’orgoglio di inviare i nostri figli oppure i nostri nipoti alle scuole italiane perché ci risulta impossibile pagare l’iscrizione e la quota mensile”. L’Argentina odierna, pur avendo fatto enormi passi in avanti, ha ancora tanti e gravi problemi, che a mio giudizio andranno ad aumentare, perché nell’organizzazione e impostazione dello stato e della società è stata seguita, forse, la strada meno consona a un paese fondato da europei: quella di adottare tout court il sistema economico e culturale statunitense che, da queste parti non può funzionare per moltissime ragioni che sarebbe troppo lungo ora illustrare, soprattutto perché l’Argentina è un grande continente, con diversissime differenze tra stato e stato, ed anche perché è un Paese giovane, in via di sviluppo e con poca democrazia reale. In sintesi qui si è privatizzato e diviso tutto: dalla sanità, alla scuola, alla sicurezza e così via. Il risultato è che il Paese è quasi tutto in mano a multinazionali e grossi gruppi di potere pubblici e privati, ma stranieri, che sempre più limitano il potere politico ed economico delle varie Provincias (Stati federali) che si sono a tal punto indebitate che non hanno più i soldi neanche per pagare gli stipendi o i servizi minimi. Sono note le vere e proprie sommosse popolari di migliaia di dipendenti pubblici (impiegati, poliziotti e docenti) scoppiate ultimamente in più parti del Paese per reclamare il pagamento del salario di molti mesi o anni (vedasi caso di Tucuman, il blocco stradale di Corrientes e la protesta dei giudici). Il Paese attualmente è costituito da una metà della popolazione che cerca di sopravvivere o sbarcare il lunario e da un’altra metà che risulterebbe divisa equamente in due parti, quella ricchissima e benestante che può permettersi tutto e un’altra che vive ai margini delle città o periferie, in vere e proprie favelas di zinco, latta o altro materiale di risulta, vale a dire al di sotto della soglia della povertà. Ci sono 13 milioni di poveri e 4 milioni circa di disoccupati, in un continente grande e meraviglioso, ricco di risorse, che fa invidia al mondo intero. Lo stipendio medio di un lavoratore dipendente, impiegato o docente va dai 300 ai 600 dollari al mese. Un pensionato guadagna molto meno, quando ha la fortuna di avere anche quella, e non c’è alcun “welfare state” o altra protezione da parte dello Stato federale per i meno abbienti. Come fanno a vivere? Fanno più cose e si arrangiano, dopotutto qui non si muore di fame perché almeno c’è la carne che è buona, abbondante e costa molto poco.

LE SCUOLE ED I DOCENTI IN ARGENTINA
L’istruzione per esempio è uno dei calvari più grossi. La scuola soffre di un ritardo culturale pazzesco. Basta leggere il giornale ogni giorno per capire e rendersi conto del perché certe cose non cambiano e non possono cambiare. I docenti sono soprannominati “taxi”, perché devono correre da una scuola all’altra per cercare di raggranellare i soldi necessari per sopravvivere. Non ricevono uno stipendio che così si possa chiamare, ma sono pagati ad ore di insegnamento, come qualunque altro operaio, bracciante o inserviente. Arrivano a lavorare anche su sette o otto scuole. La scuola non ha alcuna forma di democrazia interna, con l’assenza ad esempio di organi collegiali o di consulta, ma con tante e superate figure intermedie di operatori scolastici che invece di migliorare i servizi, spesso intralciano lavoro didattico-educativo vero e proprio. Non esistono incentivazioni e garanzie per la maggior parte dei docenti, perché nelle scuole private possono essere licenziati dall’oggi al domani. I libri, spesso scadenti e con metodologie superate, costano molto e non vengono usati normalmente nell’attività scolastica, che invece si svolge su fotocopie, in barba a qualsiasi elementare e minimo diritto di autore (copyright). I docenti non hanno un titolo di studio universitario (Laurea), molti non hanno neanche un diploma adeguato e quasi mai ricevono un aggiornamento adeguato (capacitacion), perché anche questo è a pagamento, molto caro e quindi inaccessibile ai più. Ultimamente il governo Menem, dopo anni di proteste, aveva predisposto un corso di aggiornamento per i docenti, ma con la recente grave crisi, il finanziamento è stato tagliato e non se ne è fatto più nulla. Questo per dire che studiare, in sostanza, è un lusso che possono permettersi solo i ricchi. Il 60% circa delle scuole è ancora statale, ma questo indice scende e si inverte quando si passa alle scuole superiori ed alle università. Non solo ci sono sempre più università private (con rette altissime), ma ora stanno aumentando quelle straniere, che aprono sedi proprie naturalmente solo a Buenos Aires ed a prezzi ancora più assurdi. A titolo di esempio vorrei ricordare che un corso di specializzazione o perfezionamento che in Italia costa 600/700 mila all’anno, qui costa non meno di 2000 dollari nelle università statali e 4000 all’anno in quelle private.La scuola pubblica è gratuita, ma è povera di mezzi e risorse anche elementari, per cui è diventata il parcheggio dei poveri disgraziati e senza mezzi, che spesso ci vanno anche solo per avere un pasto, quel pasto che la famiglia delle favelas (qui si chiamano “Villas”), non può dare o assicurare ogni giorno. I ricchi naturalmente mandano i loro figli alle scuole ed università private, dove non hanno problemi di scelta perché ce ne sono tantissime e per tutti i gusti e le tasche. Ci sono scuole confessionali e di ogni religione, così pure per ogni etnia o gruppo linguistico (francesi, tedesche, americane, ebree, e così via). I prezzi vanno generalmente dai 100 dollari mensili fino ai 1200 dollari, più naturalmente iscrizioni, altre spese, per consumi, servizi e libri. Insomma rette salate e da capogiro che fanno rabbrividire anche noi occidentali, abituati a ricevere una sana e democratica scuola pubblica statale e gratuita. Queste scuole ed università private argentine sono invece classiste e riservate ai pochi ricchi che possono, curati e coccolati più come clienti che come studenti o cittadini. E questo lo vediamo meglio noi docenti italiani, abituati a lavorare in una scuola dello stato e con la totale libertà professionale, intellettuale e deontologica. Qui prevalgono altre logiche, soprattutto quella di mercato e quella dell’obbedienza, anche se a volte subdola, al padrone o datore di lavoro. Il padrone naturalmente, può essere uno solo o una associazione culturale di più soci, come nel caso delle varie scuole di origine italiana, che sono private, mancando in tutta l’Argentina ed il Sudamerica scuole statali italiane. Questa grave ed intollerabile lacuna da parte dello stato italiano in un Paese con più del 50% di abitanti con origini italiane andrebbe colmata e subito, istituendo proprie scuole statali. Queste scuole e questi licei stranieri invece (biculturali, bilingue ed internazionali) sono strutturati ed organizzati sull’esempio delle scuole americane non residenziali, e rispondono soprattutto ad esigenze di “lucro”, e di rapporto funzionale basato sulla domanda e l’offerta. Se non si guadagna abbastanza si chiude. La scuola è una impresa come tante altre e deve rendere, altrimenti si cambia investimento. Le associazioni culturali che gestiscono le varie scuole e licei, e che noi italiani chiamiamo “Enti Gestori”, non accettano interferenze o intromissioni di alcun tipo:dalla amministrazione alla didattica, alla linea politico-culturale, ai gemellaggi, gite e tutto il resto. Molti degli attriti che si sono creati ultimamente in sudamerica, tra docenti di ruolo italiani e dirigenza delle scuole locali (enti gestori o padroni: vedasi casi di Belo Horizonte, Lima ed altri) sono spiegabili con questa diversa ottica e modo di intendere il servizio scolastico, che per noi cittadini e docenti italiani è pubblico mentre qui è privato. Non c’è da sottovalutare questo problema, che però non può essere risolto in modo unilaterale, come cioè proposto dagli Enti gestori: mandare via i docenti MAE ed ottenere in contropartita più soldi per assumere privatamente e senza vincoli, docenti locali a basso costo e senza opposizioni. Una scelta siffatta rappresenterebbe l’ultimo suicidio della cultura e della lingua italiana in sudamerica, già seriamente provata e compromessa. Tornando ai costi delle scuole private vorrei evidenziare che la maggior parte di loro si attesta nella fascia media, con prezzi che si aggirano sui 400-500 dollari il mese, che sono sempre proibitivi per la stragrande maggioranza dei cittadini che a mala pena guadagnano tali cifre e ci devono sopravvivere e sfamare molti figli. Naturalmente scuole (Colegios) più care non significano migliori: secondo i dati ufficiali pubblicati recentemente (La Naciòn del 28 luglio 99) non ci sono relazioni tra retta pagata e rendimento e qualità educativa della scuola. Le prime 10 scuole hanno una retta che varia dai circa 100 dollari il mese agli 800, e tra queste non figura neanche la scuola privata più cara dell’Argentina, che è americana. Purtroppo in questa fascia di costo così alto c’è anche il nostro Liceo Scientifico Colombo di Buenos Aires, (che però non figura tra le prime 10), unico liceo biculturale italiano dell’intera Argentina (ma privato) e che rilascia anche un titolo di studio legalmente riconosciuto valido per l’accesso alle università italiane ed ora europee.

PROPOSTE DI NUOVE SCUOLE ITALIANE STATALI IN ARGENTINA
Se è vero che questa è la situazione e la realtà argentina, è pur vero che si può e si deve proporre di cambiare in meglio, seguendo strade collaudate e percorse da altri Paesi ricchi, con funzionanti tradizioni linguistiche adeguate a realtà latino-americane. Vale a dire aprire e gestire direttamente scuole, licei, università e centri statali italiani, evitando tassativamente di assegnare fondi e gestioni a privati. Per esempio, sarebbe possibile ed auspicabile aprire altre scuole e licei omnicomprensivi e verticali, in almeno quelle città capoluogo in cui siano presenti i Consolati italiani, con costi differenziati e contenuti (per fasce, per cittadinanza, per numero d’iscritti, per profitto, per borse di studio, e così via), in modo da permettere a tutti i cittadini argentini di avvicinarsi direttamente alla vera cultura e scuola italiana, senza problemi e condizionamenti vari. Essendo l’Italia un Paese del primo mondo, questo basta per far sì che chi vuole studiare, aggiornarsi o lavorare con l’Europa debba avere rapporti anche linguistici con almeno un paese della Comunità. Il nostro Paese, per le note ragioni affettive e di sangue legate alla lunga emigrazione, è avvantaggiato, almeno sulla Germania ed altri paesi europei. La Francia invece, pur non avendo avuto una forte emigrazione in Argentina, ha un peso culturale ed economico maggiore dell’Italia, risultando un partner “particolare” e più forte. I rapporti tra popoli e Nazioni passano soprattutto per la comprensione e comunicazione di valori profondi ed affini. N’è un esempio lampante il “particolare legame” esistente tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. E’ molto demoralizzante invece vedere la grande affinità esistente tra noi italiani e argentini, e costatare invece che non parliamo lo stesso idioma o la lingua dell’altro. L’Italia d’oggi, deve essere in grado di esprimere e di portare avanti una coerente politica linguistica nazionale ed unitaria: la sola politica Culturale o economica non è più sufficiente. La Francia ad esempio, unisce la forza economica a quella linguistica, infatti, ha qui investito economicamente moltissimo, comprando e realizzando la più grande rete commerciale di ipermercati e supermercati (Carrefour): da lavoro a tanta gente, ma assume dirigenti che parlino soprattutto la lingua francese. E’ tutto dire! Le nostre aziende italiane e multinazionali qui operanti invece da molto tempo, neanche si sognano di considerare preferenziale la conoscenza dell’italiano, all’atto di assumere il proprio personale. Ha ragione F. Alberoni quando afferma: “Ma in questa fase della globalizzazione, la potenza dominante è tale che alcuni popoli, come l’italiano, perdono fiducia nella propria lingua. La difesa della lingua, il suo uso e la continua creazione, sono perciò indispensabili per continuare ad esistere…. Chi perde la propria lingua perde la propria anima”.
Naturalmente quando parliamo di nuove scuole ed Istituti (non è detto che debbano essere dei Licei, anzi bisognerebbe puntare sul settore terziario, turistico ed alberghiero), si intende sempre biculturali, trilingue e funzionanti sulla base di un sistema scolastico evolutivo di quello del liceo Colombo di Buenos Aires. La tal cosa è possibile e praticabile per lo Stato italiano già da ora, non costerebbe di più perché potrebbero essere razionalizzate e riciclate una serie di spese e sprechi. E’ possibile tecnicamente ed economicamente: quello che ci vuole è la volontà e la capacità politica per realizzarla. Qui, a mio parere, troveremmo anche alleanze con il nuovo governo federale, interessato a rilanciare la scuola e l’università, trovando quindi anche possibili sinergie con le 5 lingue straniere studiate tradizionalmente in Argentina da quasi un secolo: inglese, francese, italiano, tedesco e portoghese.
Questa necessità di istituire nuove scuole italiane statali è resa evidente anche dalla enorme distanza tra i vari Stati e Province della federazione argentina. Basti pensare che Cordoba, una delle città più vicine a Buenos Aires, dista 800 chilometri, ha una fiorente università (con l’unico corso di Laurea in Lingua e letteratura italiana di tutta l’Argentina), ma nessuna scuola italiana. Stessa necessità ed esigenza riveste l’istituzione di un corso di Laurea in lingua italiana in tutte le capitali ed università dei vari stati federali, con un Dipartimento organizzato su 3 indirizzi: a) laurea per i professori di lingua italiana (Profesorado), laurea per Traduttori (Traductorado) e laurea per ricercatori nell’ambito dell’italianistica (Licenciatura).
Perché allora mandare soldi, docenti e capi di istituto a scuole private locali? Perché negare il diritto allo studio alle migliaia di italiani che qui lavorano ed ai 13 e più milioni di argentini con origini italiane, impedendo loro, di fatto, di riavvicinarsi alla patria o a quella degli avi, inviando i propri figli o nipoti ad una scuola italiana? Questo è un comportamento assurdo, incomprensibile e contrario ad ogni logica ed interesse del nostro Stato.
Antonio Panaccione, Buenos Aires, Aprile 2000